Patologie trattate dal centro di fisioterapia a Bologna

Di seguito le patologie che trattiamo nel nostro centro di fisioterapia di medicina manuale a Bologna

Artrosi del rachide

Sintomi e consigli per la prevenzione

L’artrosi del rachide è, statisticamente parlando, una delle patologie più diffuse al mondo.
Prima di procedere con la descrizione dei più comuni sintomi è doveroso chiarire cosa sia di preciso il rachide.

Trattasi della struttura del corpo umano, che occupa una posizione dorso-mediale nel torso, deputata al sostegno del tronco e della testa, che funge altresì da protezione del midollo spinale.

Rachide: è importante sapere che…

Sebbene ne sia considerato impropriamente un sinonimo, l’artrosi del rachide non è identificabile con l’artrosi a carico della colonna vertebrale.
Nel rachide devono ritenersi inclusi infatti anche legamenti, vertebre, dischi intervertebrali, nervi, muscoli, vasi sanguigni e midollo spinale.

L’artrosi del rachide coinvolge dunque una parte del nostro corpo (zona lombare, quella dorsale e quella cervicale) corrispondente, ma non coincidente, con la colonna vertebrale intesa in senso strettamente osseo.

Il rachide possiede funzioni e caratteristiche fondamentali di sostegno, movimento e protezione di quella importante e complessa rete di strutture nervose contenute nel canale vertebrale.
Trattasi di un apparato rigido e flessibile al tempo stesso, ma, quando colpito da artrosi, vengono ad esserne compromessi i naturali movimenti, proprio perché la muscolatura non è più in grado di assolvere ai suoi normali compiti.

Sintomi dell’artrosi del rachide

L’artrosi del rachide è caratterizzata dalla perdita della cartilagine che riveste le relative articolazioni.
Questo episodio provoca dolore e limitazione nei movimenti.
La patologia si manifesta con: dolore spontaneo al livello del rachide, rispettivamente nella zona lombare, dorsale o cervicale a seconda della sede del problema; insorgenza di contratture muscolari paravertebrali; rigidità del tronco.

Artrosi: alcuni consigli per la prevenzione

Senza mezzi termini è bene mettere in chiaro che l’artrosi del rachide è una malattia degenerativa che porta ad una graduale perdita di tonicità e mobilità della zona interessata con rischi di pericolose ricadute sulle strutture nervose del tratto della colonna vertebrale interessato dal problema.
È auspicabile, alla luce di ciò, che la diagnosi abbia luogo il prima possibile, non appena i sintomi iniziano a non essere transitori, così da poter seguire un adeguato approccio basato su prevenzione e cure specifiche.

Sul piano della prevenzione molto può essere fatto per sconfiggere l’artrosi del rachide. Sicuramente un’alimentazione sana può rappresentare un valido aiuto nei confronti di patologie reumatiche.
È bene preferire l’assunzione di cibi dotati di proprietà antinfiammatorie, meglio se ricchi di sali minerali e di vitamine.

Il mantenimento di un peso corporeo ideale è, ancor prima, lo strumento di prevenzione e riduzione dei danni in assoluto più efficace, considerato che l’obesità è uno dei principali fattori aggravanti dell’artrosi.

Artrosi

L’artrosi e i cosiddetti “dolori reumatici”

– cosa sono
– come si prevengono e come si curano
– oggi esiste una terapia più adeguata: la medicina manuale

  • Introduzione
  • Le malattie reumatiche in cifre in Italia
  • Gli organi e i tessuti colpiti
  • Quali sono le altre più importanti malattie responsabili dei cosidetti “dolori reumatici”?
  • L’artrosi e le malattie reumatiche sono ereditarie?
  • I principali pregiudizi sulle malattie reumatiche
  • Si può guarire o curare l`artrosi?
  • Quale è il ruolo della terapia chirurgica?
  • La dieta ha qualche ruolo nella prevenzione o nella cura delle malattie reumatiche e artrosiche?
  • Si possono avere delle gravidanze in corso di malattia reumatica?
  • In corso di “reumatismi” si può prendere la pillola contraccettiva?
  • Quali posso essere le ripercussioni dei “reumatismi” sulla vita sessuale?
  • Una persona affetta dai “reumatismi” può continuare a lavorare?
  • E` possibile conservare una soddisfacente autonomia funzionale anche in presenza di handicap di una certa entità?
  • Le ripercussioni psicologiche dei “reumatismi”
  • L’informazione dei malati

INTRODUZIONE

Le cure per l’artrosi e le malattie reumatiche sono in continuo progresso. Il “reumatismo” non è una malattia recente, poiché si ritiene sia antico quanto l’uomo e legato alla storia stessa dell’umanità. Perché allora in un’epoca come la nostra, così ricca di stupefacenti conquiste tecnologiche, non è stato ancora risolto il problema dei dolori reumatici?
La ragione principale consiste nel fatto che il cosiddetto “reumatismo” non è un’unica malattia, ma consta di numerose forme morbose molto diverse l’una dall’altra, che richiedono indagini, ricerche e provvedimenti molto diversi per ognuna di esse. La ricerca medica ha tuttavia compiuto negli ultimi anni enormi progressi nella conoscenza delle cause, dell’evoluzione e dei trattamento dei “reumatismi”. Questo potrà sorprendere, ma bisogna pensare che solo fino a 30 anni fa un medico non poteva fare di meglio che prescrivere dell’aspirina a un malato reumatico e consigliargli di accettare con rassegnazione i suoi disturbi. Oggigiorno le cose sono molto cambiate: il medico ha a sua disposizione, oltre ai numerosi e sempre più sofisticati farmaci antinfiammatori, la terapia manuale meglio definita come Medicina Manuale.

L’avvenire è pieno di promesse. Da un lato la ricerca medica lascia intravedere sempre nuovi progressi nella conoscenza o nella cura di molte malattie reumatiche, dall’altro si incomincia a prendere più coscienza dei numerosi problemi (sociali, sanitari e psicologici) di queste malattie. Se soffrite di una qualche forma reumatica, questo lavoro risponderà ad alcune delle domande che Vi siete posti e alle quali forse non avete sinora trovato una risposta soddisfacente. Voi non siete l’unica persona a soffrire di “reumatismi”; diversi milioni di persone sono colpiti in Italia da una qualche forma reumatica. L’augurio che Vi facciamo è che questo articolo Vi aiuti a comprendere la necessità di non sottovalutare un dolore reumatico, a convincervi a seguire un corretto programma di cure ed a partecipare in modo attivo alla lotta contro la Vostra malattia reumatica, con l’obiettivo di conservare o riacquistare una buona qualità di vita. La parola d’ordine è: “bisogna distruggere il mito dell’incurabilità delle malattie reumatiche”

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Cefalee e vertigini

Cefalee e vertigini: cause

La cefalea, dati alla mano, rappresenta nel nostro Paese il disturbo più comune e diffuso. Un italiano su cinque ne soffre e questo può compromettere in molti modi la qualità della vita personale, sociale e professionale, soprattutto quando ad essa sono associate le vertigini.
Si tratta di dati che potrebbero essere sottostimati, viso che la maggior parte di noi, almeno nel caso dell’attacco di cefalea, fa ricorso all'auto-medicazione rivolgendosi al medico solo se la sintomatologia persiste nel tempo.
Una vera epidemia di dolore che va a colpire non solo adulti e giovani, ma anche i bambini.

Come e perché arrivano cefalea e vertigini

dolore avvertito alla testa durante un attacco di cefalea può trovare origine in tanti meccanismi diversi. I più frequenti sono in genere: stress, fattori ambientali, alimentazione e squilibri ormonali.
Tuttavia, quando a questo disturbo sono associate anche le vertigini, le cause iniziano ad essere più circoscritte e possono essere diverse da quelle che in genere sono alla base della sola cefalea.

Cause più comuni all’origine di cefalea e vertigini

La combinazione dei due disturbi, cefalea e vertigini insieme, suggerisce una diagnosi più complessa di quella che sarebbe doveroso seguire nel caso della sola cefalea o delle sole vertigini.
Le vertigini di per sé possono, ad esempio, trovare origine nelle seguenti patologie/problematiche: labirintite; menopausa; malattie cardiache; variazioni significative della pressione sanguigna; perdita uditiva o disturbi a carico orecchio; utilizzo eccessivo di antipertensivi, antidolorifici o antibiotici; gravidanza, ecc.
In questi casi non necessariamente si presenta anche la cefalea.
Gli episodi patologici in cui invece si assiste generalmente alla comparsa di cefalea e vertigini insieme sono:

Cervicalgia:

Una delle cause senza dubbio più frequenti alla base della sintomatologia descritta, che vede associate spesso cefalea e vertigini, è l’infiammazione del tratto cervicale. Cattiva postura, artrosi o trauma al rachide cervicale possono essere alla base di questa condizione.
La spondilosi cervicale (osteoartrosi avanzata del collo) causa l'usura delle vertebre e dei dischi del collo nel tempo. Questa degenerazione può esercitare pressione sul midollo spinale o sui nervi spinali a detrimento della regolare circolazione del sangue al cervello e all'orecchio interno.
Visto che i muscoli e le articolazioni sono deputati a mantenere l'equilibrio e la coordinazione muscolare, quando questo sistema funziona in modo improprio i recettori non possono comunicare in modo corretto al cervello e questo causa capogiri e altre disfunzioni sensoriali.

Emicrania vestibolare

Un altro caso in cui cefalea e vertigini coesistono è quello dell’emicrania vestibolare, così chiamata perché alle vertigini si combina emicrania, tuttavia di recente sono in aumento episodi di cefalea di tipo tensivo, in genere cagionata da contrattura muscolare cervico-nucale e la cefalea cronica, di natura muscolo-tensiva.

Patologie vascolari celebrali

L’associazione cefalea e vertigini può aver luogo anche in occasione dell’insorgenza di patologie vascolari cerebrali.
Tra queste ultime rientrano: l’ischemia, la dissecazione dell’arteria vertebrale e l’emorragia in fossa cranica posteriore.

 

Cervicalgie e cervicobrachialgie

Cervicalgie e cervicobrachialgie: cosa sono
Al fine di avere una comprensione esatta ed onnicomprensiva dei problemi a carico del tratto cervicale è opportuno chiarire, prima di tutto, la differenza tra cervicalgia e cervicobrachialgia.
Esse, infatti, pur essendo entrambe condizioni patologiche provocate dalla compressione di strutture nervose, coinvolgono parti diverse del corpo.
Procediamo dunque con una chiara disamina mirata a mettere luce su analogie e differenze.

Cosa si intende per cervicalgia

Con il termine medico cervicalgia ci si riferisce ad una patologia che causa dolore localizzato alla regione cervicale.
Solo nel caso in cui esso abbia estensione al braccio si parla, più propriamente, di cervicobrachialgia.
Trattasi di un disturbo muscolo-scheletrico molto diffuso da cui ne sono affetti addirittura i due terzi della popolazione mondiale.
I dati danno contezza della portata del problema: si stima che in Italia siano circa 15 milioni le persone che soffrono di cervicalgia.

Cause
Giova premettere che esistono diverse tipologie di cervicalgia.
La classificazione dipende appunto dalle cause che le scatenano.
La cervicalgia di natura muscolare è la forma più comune, generalmente è di tipo acuto e può essere risultato del protrarsi di una postura scorretta o di una brusca flesso-estensione dei muscoli del collo.
La cervicalgia di natura vertebrale ha in genere carattere cronico ed è effetto della sussistenza di cervicartrosi o spondilosi cervicale.
Si tratta di una patologia degenerativa del rachide cervicale, quindi non propriamente di un’infiammazione.
Sintomi
In base alla distinzione appena fatta, i sintomi possono essere di natura muscolare o articolare. In entrambi i casi chi ne è colpito avverte intorpidimento e formicolio localizzato nella zona appunto cervicale, difficoltà a muovere il collo, cefalea, vertigini.
Altri sintomi aspecifici che condividono entrambe le tipologie di cervicalgia sopra analizzate sono rappresentati da una sensazione d'instabilità; disturbi del sonno; disturbi dell'udito, in particolare acufeni (ronzii a un orecchio).

Sintomi

In base alla distinzione appena fatta, i sintomi possono essere di natura muscolare o articolare. In entrambi i casi chi ne è colpito avverte intorpidimento e formicolio localizzato nella zona appunto cervicale, difficoltà a muovere il collo, cefalea, vertigini.
Altri sintomi aspecifici che condividono entrambe le tipologie di cervicalgia sopra analizzate sono rappresentati da una sensazione d'instabilità; disturbi del sonno; disturbi dell'udito, in particolare acufeni (ronzii a un orecchio).

Cosa vuol dire cervicobrachialgia

La parola cervicobrachialgia richiama, nel suo nome, tutte le caratteristiche principali della condizione a cui fa riferimento.
Il termine “cervico” si riferisce alla porzione cervicale della colonna vertebrale;
Il termine “brachi” si riferisce alla zona anatomica del braccio;
Il termine “algia” significa letteralmente “dolore”.
Questa patologia può essere causa della discopatia, con la quale però non va confusa, trattandosi di due patologie differenti.

 

Claudicatio intermittentes

Claudicatio intermittentes: cos’è e fattori di rischio

Con il termine, apparentemente complesso, di claudicatio intermittentes ci si riferisce in campo medico ad un disturbo della deambulazione che compromette, sia pur in maniera occasionale, il normale svolgimento delle attività quotidiane.
La patologia in questione esordisce con manifestazioni dolorose intervallate da un periodo di riposo più o meno breve che rende possibile la ripresa delle normali attività, tra le quali appunto camminare senza avvertire dolore, fino a una nuova manifestazione del fenomeno.

Sintomi e cause all’origine della claudicatio intermittens

La claudicatio intermittens è provocata da un’arteriopatia degli arti inferiori, ossia da una stenosi delle arterie in genere effetto di un processo aterosclerotico.
In questo caso si parla, più propriamente, di claudicatio intermittens di tipo vascolare.
La claudicatio intermittens di natura neurologica è invece dovuta ad una compressione del midollo spinale o delle radici dei nervi all’interno della colonna vertebrale.
All’inizio la malattia, in entrambe le sue manifestazioni, esordisce con dolore ai polpacci, più raramente alle cosce o ai glutei. Si tratta di un dolore di tipo crampiforme che in genere insorge sempre in fase deambulatoria.

Quanto conta l’indagine sui fattori di rischio

Il carattere sui generis del fenomeno impone un’indagine precisa dei fattori di rischio che possono essere all’origine della claudicatio intermittentes. Tra questi:

  • Obesità;
  • Ipertensione;
  • Diabete;
  • Fumo;
  • Età avanzata;
  • Malattie del sistema nervoso;
  • Lesioni ostruttive;
  • Forme di origine sclerotica.

Conoscere e curare questa malattia, specie quando la sua natura è di tipo vascolare, è prioritario vista l'incidenza sulla popolazione dei fattori di rischio sopra elencati, sempre più diffusi e frequenti anche tra i giovani.
Che le cause siano vascolari o neurologiche, l’improvvisa debolezza o rigidità delle gambe non deve essere sottovalutata potendo esservi appunto, all’origine, una forma di claudicatio intermittens che, sia in fase embrionale che in fase avanzata, può essere tenuta sotto controllo anche mediante un efficace e professionale approccio fisioterapico mirati a ripristinare pian piano la normale funzione motoria degli arti inferiori

Emiparesi da ictus cerebrale

Emiparesi da ictus cerebrale: quando si verifica

Nelle prime ore e nei primi giorni che susseguono ad un ictus cerebrale il paziente deve essere tenuto sotto stretta osservazione: potrebbe infatti sopravvenire una emiparesi da ictus cerebrale.
Trattasi di un evento patologico che desta in genere molta preoccupazione, poiché comporta la perdita parziale dell'attività motoria di una metà del corpo.
Tuttavia, a differenza della paralisi totale in cui si ha una perdita completa, sia pur non irreversibile, dell'attività motoria, l'emiparesi non provoca la perdita completa della funzione motoria.

Ictus celebrale: non l’unica causa dell’emiparesi

L'emiparesi da ictus cerebrale trova origine, come si evince dalla stessa accezione del termine, dalla possibile emorragia cerebrale estesa che insorge in seguito a ictus o trauma cranico.
Tuttavia, l’emiparesi può avere origine anche in disfunzioni neurologiche dovute alla presenza di masse tumorali nel cervello; in una forte ipoglicemia; in una trombosi del seno venoso cerebrale o può essere effetto di un attacco ischemico transitorio; o complicanza neurologica nelle sindromi Sturge-Weber e di Behçet.
Tornando, nello specifico, alla emiparesi da ictus celebrale, al di là della sua eziologia, può colpire purtroppo persone di tutte le età.
Naturalmente, per evitare il rischio di essere colpiti da emiparesi si dovrebbe aggirare a monte la possibilità di essere colpiti da ictus intervenendo su quei fattori di rischio predisponenti sui quali si può agire.

Tra questi ultimi: dieta ipercalorica e/o basata sul consumo di grassi saturi, ipertensione arteriosa, fumo, consumo di alcolici, pigrizia, uso di sostanze stupefacenti.
Fermo restando questa correlazione tra cattivo stile di vita e maggiore incidenza del rischio di essere colpiti da ictus, ormai scientificamente e statisticamente provato, è giusto chiarire che esistono però anche fattori che esulano dalla volontà e dallo stile di vita. Si pensi, per esempio, ai casi, sia pur rari, di malformazioni arterovenose, predisposizione genetica e cardiopatie congenite.
In questo secondo caso, l’individuo viene in genere monitorato sin dall’infanzia, mediante specifici controlli eseguiti con strumenti sempre più tecnologici e raffinati.

Riabilitazione: la cura che aiuta a recuperare

La riabilitazione dei pazienti colpiti da emiparesi da ictus cerebrale aiuta i sopravvissuti all’ictus a recuperare le abilità che si perdono quando una parte del cervello viene ad essere danneggiata.
Ad esempio, coordinare i movimenti delle gambe per camminare regolarmente o eseguire i passaggi necessari per svolgere qualche attività un po’ più complessa.
La prima e più efficace forma di riabilitazione dei pazienti colpiti da emiparesi da ictus cerebrale si avvale della fisioterapia che, in questo caso in particolare, deve assurgere a pratica mirata, da eseguirsi in maniera ripetitiva e regolare nel tempo.

Epicondilite ed epitrocleite

Epicondilite ed epitrocleite: cosa sono

Il nome delle patologie che andiamo ad esaminare può suggerire qualcosa di astruso e raro, ma non è così: l’epicondilite è quella infiammazione di una piccola parte dell'articolazione - l’epicondilo - in verità abbastanza frequente e meglio nota come “gomito del tennista”. Trattasi di un processo degenerativo, non di natura infiammatoria, così come emerge dalle ultime evidenze scientifiche.
Carattere infiammatorio possiede invece l'epitrocleite, malattia che colpisce i tendini e i relativi muscoli dell'epitroclea del gomito.
Come si vede, in entrambi i casi, siamo in presenza di patologie molto più comuni di quanto sia possibile immaginare affidandosi solo al loro nome.

Epicondilite: cause, sintomi e cure

L’epicondilite deriva, in genere, da due ordini di cause: da una parte colpisce chi, per lavoro o per pratica sportiva, tende a fare uso eccessivo e protratto nel tempo del braccio con specifici movimenti, ma può esserne inconsapevole vittima anche chi per molto tempo è costretto a tener fermi gli arti superiori nella stessa posizione (scrittore che usi la tastiera, pianista, ecc).
I classici sintomi che fungono da campanello di allarme della possibile insorgenza di una epicondilite sono: dolore che si irradia dalla parte esterna del gomito fino all’avambraccio e al polso, dolore durante l’uso della mano per fare presa, dolore durante l’estensione del braccio, incapacità di tenere certi oggetti in mano, anche leggeri.

Epitrocleide: cause, sintomi e cure

L'epitrocleite è causata in genere da un sovraccarico funzionale dei muscoli epitrocleari e/o da una degenerazione dei tendini.
Fattori di rischio predisponenti sono rappresentati dall’esercizio di tutte quelle attività che prevedono l'applicazione di una forza in valgo del gomito o la flessione intensa dell'avambraccio, che si tratti di lavoro o di sport: tra questi ultimi il golf, dal quale prende origine il nome con cui popolarmente si identifica la malattia: “gomito del golfista”. Il quadro sintomatologico è più generico rispetto a quello tipico della epicondilite e annovera, tra i sintomi più comuni: dolore al gomito, alla mano, al polso o al braccio, formicolio al braccio destro e/o sinistro e rigidità articolare.

La fisioterapia, che segua protocolli specifici, aiuta nel processo di recupero e riabilitazione del gomito colpito dalla patologia in questione, anche se è consigliabile ricorrere ad essa una volta placatasi la fase acuta.
Alla fisioterapia, infatti, non si deve ricorrere solo per risolvere il problema al suo manifestarsi, ma anche al fine di aggirare la possibilità che nel tempo il fenomeno posa riproporsi, cosa che, in genere accade a chi per necessità debba mantenere con le braccia determinate posizioni o eseguire in maniera ripetitiva specifici movimenti.

Ernie del disco e discopatie

Ernie del disco e discopatie: come si manifestano

Le discopatie sono alterazioni a carico dei dischi intervertebrali, ovvero quelle strutture circolari poste tra le vertebre che sono deputate ad ammortizzare e distribuire le sollecitazioni causate dal movimento del corpo. Tali alterazioni possono riguardare lo spessore dei dischi o anche la loro stessa posizione.

Discopatia: cause e tipologie

Sono varie le cause che possono determinare le discopatie: traumi, invecchiamento e sedentarietà rappresentano certamente quelle più comuni. Queste alterazioni si distinguono, generalmente, in due diversi tipi: l’ernia del disco e la protrusione discale. Nella protrusione discale il disco è ancora contenuto nell’anello fibroso e le fibre sono distese ma non ancora interrotte.

L’ernia del disco: caratteristiche

L’ernia del disco ha come caratteristica principale il rigonfiamento del disco intervertebrale. Tale rigonfiamento è frequente nella colonna vertebrale cervicale oppure nella colonna lombare. I sintomi tipici sono mal di schiena e sensazione di bruciore. Per quanto si tratti di una patologia benigna, l’ernia del disco alcune volte è invalidante e necessita di riposo con astensione delle nostre attività lavorative anche per lungo periodo. Il dolore è infatti la caratteristica principale di questo problema ed è definito come radicolopatia in quanto l’ernia agisce quale fattore irritante sulla radice nervosa non solo per la compressione diretta, ma anche perché accompagnata da quegli agenti infiammatori prodotti dalla degradazione delle proteine dello stesso disco.

Ernia del disco: quante tipologie esistono?

In considerazione alla regione della colonna interessata l’ernia del disco può essere classificata in tre tipologie:

  • Ernia del disco cervicale: che va a colpire la regione del collo;
  • Ernia del disco toracica: che va a riguardare la parte centrale della schiena;
  • Ernia del disco lombare: che va a colpire la regione inferiore della schiena.

In considerazione della gravità della patologia il problema può essere classificato in:

  • Ernia contenuta: è il tipo più comune e si ha quando le fibre più esterne dell'anello fibroso sono ancora integre mentre risultano interrotte quelle più interne;
  • Ernia espulsa: che ha luogo quando sono interrotte tutte le fibre ed il nucleo può rompere anche il legamento longitudinale;
  • Ernia migrata: si verifica quando il frammento del disco espulso migra verso l’alto, verso il basso o lateralmente.

Ernia del disco: esiste una predisposizione?

È vero che alcune persone sono più soggette al rischio della formazione di un’ernia del disco. Ciò è dovuto a fattori particolari che possono includere:

  • Peso corporeo. Un peso eccessivo è una delle cause principali legate alla formazione di un’ernia del disco. Ciò è causato dal continuo stress sui dischi soprattutto nella parte bassa della schiena;
  • Fattori genetici. Tante persone, loro malgrado, ereditano la predisposizione allo sviluppo di un’ernia del disco;
  • Occupazione. Riguarda le persone che svolgono un lavoro fisicamente impegnativo che comporta il dover sollevare pesi spesso eccessivi, spingere, tirare, effettuare continue torsioni.
Fratture vertebrali

Le fratture vertebrali sono abbastanza frequenti e sono molto spesso causa di dolore acuto e cronico. Spesse volte sono la conseguenza di traumi che vanno ad interessare la giunzione toraco-lombare, ovvero il passaggio dalla zona toracica, più rigida, alla regione lombare, più mobile.

Fratture vertebrali osteoporotiche: come e perché intervenire

Se si tratta di fratture osteoporotiche, primarie o secondarie, bisogna necessariamente considerare tutti i fattori di rischio dell’osteoporosi. La riduzione del tessuto osseo è, infatti, la prima causa che porta le vertebre a fratturarsi o a collassare.
Secondo recenti studi in Italia si verificano annualmente tra le 50.000 e le 100.000 fratture vertebrali e molte di esse, circa la metà, sono causate proprio dall’osteoporosi.
L’osteoporosi è caratterizzata dalla progressiva alterazione dell’architettura interna del tessuto osseo e da una bassa densità minerale. Ha una forma frequente post-menopausale (interessando le donne), senile (dovuta all’invecchiamento dello scheletro)
Succede spesse volte che la diagnosi dell’osteoporosi venga effettuata proprio nella spiacevole occasione di una frattura vertebrale oppure a carico di femori o polsi.
L’osteoporosi comporta fragilità ossea tale da veicolare un maggior rischio di fratture.
Ecco perché si rende necessario agire in via preventiva sia adottando un corretto e sano stile di vita su tutti i fronti che affidandosi alla fisioterapia.

I campanelli di allarme di una frattura vertebrale

Un forte dolore nella regione lombare o dorsale è il segnale più sintomatico della possibile presenza di fratture vertebrali. Altri segnali possono essere rappresentati da:

  • Immobilità;
  • Difficoltà nella respirazione:
  • Presenza di deformità scheletriche;
  • Alterazioni della postura;
  • Contrattura muscolare prolungata e permanente che induce ad un vero e proprio blocco muscolare ed articolare.

Una frattura vertebrale comporta molto spesso all’aumento delle possibilità che si verifichino ulteriori fratture alle vertebre adiacenti e, con il passare del tempo, tutto ciò può alterare lo stesso allineamento della colonna vertebrale, andando a compromettere l’equilibrio del paziente e la respirazione stessa, visto che la frattura può andare a comprimere la cavità toracica.

LESIONI AL MENISCO

A Bologna presso il CMR Cemtro di Medicina riabilitativa DOTT. CANONACO

RISULTATI OTTENUTI SU oltre 700 lesioni meniscali tra il Centro di Bologna e gli altri nostri Centri.

In questi anni abbiamo trattato oltre 700 lesioni meniscali e nel 100% dei casi siamo riusciti ad evitare l’intervento chirurgico anche nelle lesioni meniscali più complete e più gravi riuscendo ad evitare in tutti i casi la meniscectomia (l’asportazione del menisco o di un pezzo dello stesso) e permettendo il ritorno alle normali attività fisiche e sportive (55 gli atleti professionisti a cui abbiamo salvato l’asportazione del menisco).

erapia lesioni al menisco

I menischi sono semilune di tessuto fibro – cartilagineo posti tra i condili femorali e i piatti tibiali e aumentano la congruenza tra queste superfici e migliorano la distribuzione del carico proteggendo la cartilagine articolare.

Pertanto, considerata l’importanza che hanno, bisognerebbe evitare la rimozione seppur parziale tramite la meniscectomia artroscopica per non andare incontro ad una artrosi precoce e questo grazie alla Medicina Manuale oggi è possibile. Infatti anche nelle lesioni meniscali gravi grazie alla MEDICINA MANUALE ASSOCIATA AD UN LAVORO MUSCOLARE SPECIFICO è possibile evitare l’intervento chirurgico e tutto il decorso post –operatorio con un ripristino completo dell’articolarità e della funzionalità solamente dopo una decina di sedute.

Dal 1998 ad oggi nei nostri Centri abbiamo trattato 700 lesioni meniscali con 100% di risultati positivi; fra questi ben 55 sono calciatori professionisti che ancora calcano i terreni di giuoco e in più conservano i loro menischi importanti negli anni per rallentare l’insorgenza dell’artrosi del ginocchio, patologia molto frequente negli ex calciatori proprio perché negli anni precedenti era molto usuale togliere i menischi.

Un’altra pratica chirurgica molto praticata negli anni passati era la famosa “pulizia del ginocchio in artroscopia” e, ancora adesso, nonostante tutti i danni che ha provocato in questi anni, purtroppo viene ancora praticata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ne sconsiglia ormai da anni l’effettuazione perché, oltre ad avere dei notevoli rischi, va addirittura ad aggravare negli anni l’artrosi del ginocchio.

Infatti le LESIONI MENISCALI DEGENERATIVE del soggetto anziano o di media età non vanno trattate chirurgicamente perché si è visto che ciò va addirittura a peggiorare lo stato della cartilagine con accelerazione del processo artrosico.

Al contrario alcune sedute di Medicina Manuale associate ad una riabilitazione muscolare specifica praticate con periodicità (almeno 2 volte all’anno) bloccano il processo artrosico evitando la degenerazione della cartilagine e permettendo di non arrivare MAI alla protesi.

Lesioni nervose periferiche

Lesioni nervose periferiche: di cosa si tratta

Si tratta di patologie che, pur non essendo di per sé particolarmente gravi, possono però comportare sia problemi motori che di sensibilità, questo perché l’interruzione della continuità del nervo inibisce la capacità dell’impulso elettrico di arrivare al muscolo in maniera da determinarne la normale contrazione.
Sul versante sensoriale le lesioni nervose periferiche potrebbero bloccare/alterare il normale flusso dei segnali provenienti da cute, articolazioni e muscoli al cervello.

Le diverse tipologie di lesioni nervose periferiche

Le lesioni nervose periferiche possono essere catalogate in diverse tipologie:
Neuroaprassia: è considerata tale la patologia data dal blocco funzionale della conduzione elettrica. Questa è dovuta, in genere, ad una compressione prolungata del nervo ed è risolvibile in toto;
Assonotmesi: nel suo quadro patologico prevede una lesione parziale con una residua possibilità di conduzione nervosa;
Neurotmesi: ha luogo quando la lesione compromette il nervo, che viene totalmente interrotto;
Sindrome da deficit dello S.P.E: si riferisce al problema generato dalla compressione del nervo sciatico popliteo esterno nel tunnel fibulare.
L’intrappolamento dello S.P.E. comporta una paresi nell’elevazione del piede che richiede un trattamento fisioterapeutico ad hoc, se è il caso da protrarre nel lungo periodo, in quanto utile per rieducare il nervo sciatico riportandolo alla sua naturale posizione.

Lombalgie acute e croniche

Lombalgie acute e croniche: come riconoscerle

Lombalgia è il termine usato per indicare dolore lombare, da lieve a grave.

Il dolore può essere acuto o cronico, da qui la distinzione tra lombalgia acuta e cronica, e può colpire persone giovani e anziane, negli ultimi anni quasi alla pari.

Fino a qualche tempo fa i medici associavano la lombalgia ai reumatismi apparentemente causati dall’esposizione a zone umide e fredde. A seguire, compresero che anche la postura scorretta e un movimento improvviso possono causare episodi di lombalgia.

Senza ovviamente intenzione di screditare la reputazione dei medici di ieri, che potevano avvalersi davvero di pochissimi strumenti diagnostici, c’è da dire che la medicina oggi è molto progredita e il termine lombalgia si riferisce a situazioni molto meno generiche di un tempo, dall’eziologia più accurata e specifica.

Cause e sintomatologia associate alla lombalgia acuta e cronica

Sono davvero tante le cause che scatenano la lombalgia acuta e cronica.
Quelle più comuni sono:

  • Artrosi o spondilosi;
  • Ernia del disco;
  • Osteoporosi;
  • Artrite reumatoide;
  • Scoliosi;
  • Stenosi spinale;
  • Tumore spinale.

Naturalmente, queste condizioni favoriscono l’insorgere di una lombalgia cronica, anche se non sono necessariamente ad essa associate. Una persona con scoliosi può assistere solo raramente a episodi di lombalgia, mentre altri individui possono esserne vittima in maniera pressoché indeterminata.

Tutto dipende da una variabile di fattori che, messi insieme, possono fare la differenza in termini di ricorrenza del fenomeno doloroso.

Lombosciatalgia da ernia del disco

La lombalgia e lombosciatalgia sono diventate, per la nostra società, un grave problema sanitario con costi annuali di milioni di euro a carico dei concittadini.
L`80% della popolazione subirà nel corso della propria esistenza almeno un episodio disabilitante di mal di schiena; di questi il 35% continua a soffrire di mal di schiena.
Buoni risultati nel trattamento sono più comuni nei casi delle lombalgie acute, come è descritto e sottolineato nella letteratura; la maggioranza dei sofferenti di lombalgie acute recuperano entro un mese dall`episodio scatenante, indipendentemente dal trattamento.
La lombalgia e lombosciatalgia cronica (35% dei pazienti affetti da lombalgia acuta) sono un problema diverso e rappresentano una grande sfida per fisiatra e fisioterapista.
E` infatti difficile fare una classificazione poiché la lombosciatalgia cronica è un problema multifattoriale con quadro differente per ogni singolo paziente che oltre ad una valutazione clinica e strumentale del rachide lombare, richiede anche la valutazione di altre parti anatomiche (anca, regione sacro-iliaca, rachide dorsale, piede) ed un attento esame muscolare (in particolare glutei, trasverso dell`addome, adduttori, pronatori e supinatori del piede).
Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla pubblicazione scientifica.

Metatarsalgia

Metatarsalgia e neuroma di Morton: le due patologie simili a carico del piede

Si tratta di due disturbi con effetti dolorosi che spesso impattano, a volte anche in maniera invalidante, sulla nostra qualità dell’esistenza.
È bene, quindi, prestare molta attenzione ai segnali che i nostri piedi ci inviano poiché il degenerare di un problema può rendere più difficile e lunga la risoluzione.
Metatarsalgia e neuroma di Morton sono due patologie che all’apparenza possono sembrare simili, visto che condividono alcuni dei sintomi.
Tuttavia, operare una distinzione si rende quanto mai opportuno, poiché diversa è la natura del problema, diversa è la cura da seguire.

Cause e sintomi della metatarsalgia

La metatarsalgia è una manifestazione a carico dei metatarsi minori.
Può essere causata da una combinazione di fattori diversi, tra questi: scarsa attività fisica e sovrappeso che possono creare sovraccarico a livello dell’avampiede; utilizzo di calzature non adeguate e/o non comode. Molto può influire la presenza eventualmente a queste associate, ma non necessariamente, di alcune patologie quali: diabete, lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide.

Neuroma di Morton: di cosa si tratta e come diagnosticarlo

Il Neuroma di Morton è una sindrome piuttosto frequente che colpisce soprattutto le donne fra i 25 ed i 50 anni di età. Questa trova origine, in particolare, nella compressione dei nervi che si trovano nello spazio fra le dita dei piedi (nervi interdigitali); tipicamente nello spazio fra il terzo ed il quarto metatarso.
Non esistono in realtà delle vere e proprie cause, mentre è più ragionevole pensare e quindi contrastare alcuni fattori predisponenti. Tra questi:

  • Presenza di piede cavo;
  • Eccessiva vicinanza fra due teste metatarsali;
  • Compressione metatarsale.

Il sintomo classico che funge da campanello di allarme della sussistenza della patologia in questione è la comparsa di un dolore trafittivo, spesso incostante, riferito come scossa elettrica avvertita in fase di appoggio.

Altre volte il Neuroma di Morton può essere accompagnato da formicolio o perdita di sensibilità delle dita corrispondenti. La diagnosi passa dalla visita specialistica con annessa ecografia o risonanza magnetica dell’avampiede.

Miositi

Miositi: cause e sintomi

Con il termine miosite ci si riferisce ad una infiammazione sistemica di uno o più tessuti muscolari. L’origine di questa patologia è, nella maggior parte dei casi, autoimmune.

Le cause della miosite

Nella maggior parte dei casi non è facile o possibile individuare la vera e principale causa scatenante della miosite. Gli esami clinici, pur avanzati a livello tecnologico e approfonditi, non chiariscono infatti il motivo per cui il nostro sistema immunitario, all’improvviso, va ad aggredire i muscoli danneggiando i tessuti.
Nelle sue forme secondarie, invece, l’origine di questa malattia è più chiara.
In genere si tratta di virus (ad esempio HIV, HTLV-1 e coxsackie B) o abuso di farmaci come carticaina, penicillamina o interferone alfa.

Quante forme di miosite esistono

La miosite si può presentare in varie forme:
- Dermatomiosite primaria idiopatica: è una forma molto grave che, ancora oggi, ha una incidenza di mortalità;
- Polimiosite primaria idiopatica: questo tipo di miosite riguarda i tessuti muscolari e si manifesta soprattutto con eritemi e sfoghi sulla pelle;
- Polimiosite associata a lupus o sclerodermia: è la forma autoimmune;
- Polimiosite secondaria: trova causa in infezioni di origine virale o in reazioni a trattamenti farmacologici particolarmente importanti;
- Dermatomiosite dell’infanzia associata a vasculite: colpisce i bambini vittima di necrosi delle piccole arterie.

Sintomi della miosite

La miosite, nelle sue varie e diverse forme, trova manifestazione a livello muscolare o cutaneo.
Nel primo caso chi ne è affetto rileva difficoltà nei movimenti, anche quelli più ordinari e semplici, accompagnata da eventuale indolenzimento muscolare.
I tessuti più colpiti sono quelli nucali e vertebrali e, a volte, anche i muscoli della faringe.
Nel secondo caso, ossia a livello cutaneo, la miosite può avere insorgenza con la comparsa di eritro-edema sul viso e sul tronco, inoltre, in prossimità delle articolazioni, possono comparire eritemi.

Osteoporosi e osteoporosi del rachide

Cause e diagnosi dell’osteoporosi e osteoporosi del rachide

Tra le cause primarie alla base dell’osteoporosi e osteoporosi del rachide è da annoverare uno sviluppo osseo che ha luogo in maniera non ottimale nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza.
Questo scorretto sviluppo può impedire il raggiungimento del picco di massa ossea ideale causando, in vecchiaia, la degenerazione dell’apparato osseo di tutto il corpo, mentre nel caso specifico dell’osteoporosi del rachide a essere colpita è la colonna vertebrale. È proprio il rachide, insieme al ginocchio, ad essere soggetto con maggiore frequenza ad osteoporosi.

I fattori di rischio, invece, sono molti e comuni sia a donne che a uomini, tra questi: stile di vita scorretto sia a livello nutrizionale che funzionale, consumo di alcolici, fumo e mancata correzione di fratture pregresse.

Il trattamento dell’osteoporosi prevede e include:

  • Massima attenzione alla dieta;
  • Svolgimento di regolare attività fisica;
  • Prevenzione in sicurezza di cadute che potrebbero generare fratture;
  • Trattamenti di fisioterapia specifici, personalizzati per ogni singolo paziente.

Crolli vertebrali da osteoporosi: come intervenire?

Le ossa colpite da osteoporosi o osteoporosi del rachide possono con maggiore facilità essere soggette a crolli vertebrali.
Nella maggioranza dei casi, ciò ha luogo per cause traumatiche, quindi incidenti, urti, cadute. Quando l’apparato osseo della colonna è soggetto invece a rotture causate da osteoporosi (ma anche da afflizioni tumorali o metastasi alle ossa) si parla di crolli vertebrali.
Questi causano acuti dolori, che si manifestano a volte in maniera continua, altre volte ad intermittenza, nella zona interessata con conseguente impossibilità di movimento.
A livello visivo si manifestano come incurvature e disallineamenti.
La terapia d’intervento per i crolli vertebrali da osteoporosi varia in base all’età del paziente e all’entità del problema.

Pubalgia

Pubalgia la Riabilitazione al CMR di Bologna

Rivista di Medicina Fisica e Riabilitazione – G. Canonaco, F. Arieta, E. Donato (Medicosociale Cosenza calcio 1914) – Fisioterapisti Cosenza Calcio 1914

Introduzione

La necessità di conoscere il più concretamente possibile l’incidenza numerica degli infortuni muscolari che colpiscono un giocatore di calcio nel corso di un campionato, ha spinto gli autori alla realizzazione di questo lavoro per avere un dato di partenza a cui risalire negli anni. Nella stagione agonistica 2007-2008 gli atleti del Cosenza Calcio erano 26, più precisamente: 3 portieri 9 difensori 8 centrocampisti 6 attaccanti. Tutti i calciatori sono stati curati per l’intero anno dallo staff medico del Dott. Giuseppe Canonaco presso l’ambulatorio medico dello stadio San Vito e presso il Centro di Medicina Manuale di Castrolibero.

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Spalle dolenti

Spalle dolenti: come affrontare al meglio un problema così diffuso

Quella delle spalle dolenti rappresenta una problematica assai comune determinata, molto spesso, da due fattori distinti o cumulati: il naturale processo di invecchiamento e la cattiva postura.

Altre volte a causare il dolore possono essere problemi lievi o gravi a carico del rachide che arrivano a coinvolgere anche le spalle.

Sintomatologia e cause del dolore alle spalle

Le patologie della spalla, insieme al mal di schiena e alle patologie del ginocchio, sono i disturbi muscolo-scheletrici più frequentemente lamentati dai pazienti in sededi visita specialistica.
E` importante ricordare come le patologie di spalla, raramente sono imputabili ad eventi traumatici isolati ma sono, anzi, la conseguenza di alterazioni posturali abituali nel sistema di movimento, che essendo nello specifico, per la spalla, molto complesso ( formato da 5 articolazioni e ben 17 muscoli) può andare incontro a microtraumi che si ripetono abitualmente, soprattutto, durante le normali attività lavorative.

E’ altresì indubbio il grande influsso delle vertebre dorsali, sui movimenti di spalla, in quanto un aumento della fisiologica cifosi dorsale o una diminuzione della mobilità toracica, dovuta ad alterazioni posturali, può ridurre significativamente l’ampiezza dei movimenti di spalla scatenando così l’inizio della patologia.
Proprio per questo, le categorie professionali soggette a patologie di spalla sono molteplici e svariate: impiegati, insegnanti, segretarie così come architetti, ingegneri ed avvocati, che con la ripetitività dei gesti e l’errata postura, durante le loro attività lavorative, vanno ad alterare il sistema scatenando così l’inizio della patologia.

La soluzione del disturbo doloroso e/o funzionale che affligge la spalla si ottiene quasi esclusivamente con modalità conservative e con risultati molto vicini al 100%.
Attualmente, le linee guida internazionali basate sulla raccolta delle evidenze scientifiche pubblicate, indicano nella fisioterapia e nello specifico nella Terapia Manuale, associata ad esercizi di rinforzo e stabilizzazione muscolare, la migliore modalità di trattamento per la cura delle patologie di spalla.
Da ciò si evince che le più comuni affezioni come il conflitto scapolo-omerale, detto anche impingement di spalla, la periartrite scapolo omerale, la capsulite adesiva o spalla congelata, le lesioni della cuffia dei rotatori e le instabilità trovano nei trattamenti citati la loro risoluzione non solo nella diminuzione dei sintomi e nella loro scomparsa a lungo termine ma anche nel ripristino della normale funzionalità articolare.

Il termine spalle dolenti è in verità assai generico. Questo può includere, più nello specifico: gonfiore, formicolio, intorpidimento, cambiamenti di colore o di temperatura e deficit nei movimenti. L’usura quotidiana, determinata spesso da lavoro eccessivo, è sicuramente un problema che concorre a generare o acuisce questo problema. Le lesioni alla spalla sono anch’esse causa del dolore alle spalle si verificano più comunemente durante attività sportive, attività lavorative, progetti domestici o cadute.

La spalla è formata dall’insieme di 5 articolazioni ed è una zona del corpo umano decisamente complicata. Le prime tre articolazioni sono: articolazione scapolo omerale e articolazione acromionclavicolare e l’articolazione sterno-clavicolare che son dette “vere”, altre due articolazioni dette “false”, quindi articolazione sotto deltoidea e articolazione scapolo toracica. La struttura ossea della spalle è formata dall’omero, dalla scapola, dalla clavicola.
L’articolazione della spalla è protetta da un insieme di muscoli e tendini che formano la cuffia dei rotatori. Purtroppo con il passare degli anni tale apparato legamentoso e muscolare può andare incontro a fenomeni degenerativi .
Sono proprio questi fenomeni degenerativi a scatenare il problema delle spalle dolenti.

Lesione improvvisa: in cosa consiste e come intervenire

Le spalle dolenti sono molto spesso effetto di lesioni improvvise alla spalla determinate da una caduta, spesso su un braccio teso, una torsione anomala o flessione della spalla, un colpo diretto alla spalla.
Tali lesioni comportano spesso un dolore improvviso e intenso accompagnato in genere a:

  • Lividi (contusioni), presenti spesso come conseguenza di una caduta;
  • Fratture, che potrebbero verificarsi alle ossa in seguito ad una caduta o per movimenti scomposti al fine di prevenire una caduta, per colpi ricevuti direttamente sulle parti;
  • Lesioni ai nervi come la neuropatia del plesso brachiale, o ai tendini, che collegano i muscoli con le ossa;
  • Lussazioni, o spostamento delle ossa al di fuori della loro normale connessione con altre ossa che formano l’articolazione della spalla;
  • Separazione della spalla, che si verifica quando l’estremità esterna della clavicola si separa dalla fine (acromion) della scapola a causa di una rottura del legamento;
  • Lesioni da sforzo eccessivo e ripetuto.

Se i sintomi tipici delle spalle dolenti sono iniziati in maniera graduale o durante le attività quotidiane, potremmo escludere di avere una lesione specifica.
Quelle dovute a sforzo eccessivo e ripetuto si verificano invece quando viene esercitata troppa tensione su un’articolazione o su un altro tessuto, spesse volte esagerando in un’attività o ripetendo, impropriamente, determinati esercizi.

Le spalle dolenti causate da uso eccessivo possono dipendere da:

  • Tendinite della cuffia dei rotatori, ne sono a maggiore rischio coloro che svolgono lavori che sollecitano costantemente l’articolazione o che praticano determinati sport;
  • Sforzo muscolare;
  • Capsulite adesiva (detta anche spalla congelata) i cui sintomi si presentano in maniera lieve per poi peggiorare nel tempo. E’ una condizione dolorosa che spesso insorge senza una causa apparente ed è dovuta ad un’infiammazione della capsula di tessuto connettivo;
  • Artrosi della spalla, dovuta ad una progressiva erosione della cartilagine che può portare ad uno sfregamento delle ossa dell’articolazione scapolo-omerale. E’ una comune causa di dolore e tende a manifestarsi a soggetti di età intorno ai 55-60 anni.
  • Tendinite calcifica, il cui sintomo tipico è quello di una sola spalla dolente.
Tendiniti e lesioni muscolari

l tessuto muscolare è costituito da cellule conosciute con la denominazione di fibre muscolari a causa della loro conformazione stretta e piuttosto allungata.
Il tessuto muscolsare possiede una componente cospicua di tessuto connettivo che rifornisce le cellule muscolari dei composti nutritivi necessari per il loro metabolismo e ne facilita la contrazione costituendo un`imbrigliatura ininterrotta di tessuto connettivo.
Sebbene i muscoli scheletrici siano dotati di una certa capacità di rigenerare, la guarigione di lesioni cospicue dei ventri muscolari avviene in gran parte per la formazione di tessuto cicatriziale.

Un tessuto cicatriziale disorganizzato altera la capacità funzionale ed opera come una barriera fisica che si oppone alla rigenerazione delle fibre muscolari.

Incontinenza urinaria

Incontinenza urinaria: chi colpisce maggiormente

L’incontinenza urinaria è una condizione abbastanza comune, che registra un’incidenza più elevata nelle donne. Questa è determinata dalla perdita involontaria di urina: la persona che ne soffre non è in grado di contenere la minzione, facendola sfuggire inevitabilmente dall'uretra.

Indicativamente colpisce tra l’11 e il 34% dei soggetti più anziani, rappresentando un fastidio in genere modesto, ma che può arrivare ad essere, in alcuni casi, totalmente debilitante.

Tipologie di incontinenza urinaria

Esistono diversi tipi di incontinenza urinaria, che vengono classificati in base alla sintomatologia:

Incontinenza urinaria da urgenza

Nota come incontinenza imperiosa, è dovuta ad una necessità improvvisa di urinare al punto che, in alcune circostanze, non si riesce a trattenere l’urina prima di raggiungere il bagno.
Di solito il problema è causato da malfunzionamenti nella funzione del muscolo detrusore della vescica e viene trattato con farmaci. Spesse volte rappresenta una condizione dovuta ad un’anomalia della vescica (vescica iperattiva) che può essere una conseguenza post-chirurgica, infezioni, malattia di Alzheimer, neoplasie, sclerosi multipla, ecc.

Incontinenza urinaria da stress o sforzo

In questo caso, l’incontinenza urinaria è la conseguenza di sforzi fisici o di azioni quotidiane come tossire, starnutire o ridere, che vanno a determinare una aumentata pressione addominale. Nelle donne è più comune ed è spesso determina dalla gravidanza, dalla menopausa e a conseguenze di interventi di chirurgia pelvica.

Incontinenza urinaria mista

È una combinazione dell’incontinenza urinaria da urgenza e da sforzo.

Incontinenza urinaria da rigurgito

Trattasi di una perdita che si verifica quando non si raggiunge un normale svuotamento della vescica ovvero si supera la capacità massima della vescica nel contenere l’urina causando l'incontinenza da gocciolamento.

Incontinenza urinaria funzionale
Questo disturbo ha luogo quando, pur in presenza di una normale funzione della vescica e di stimolo a urinare, la persona non riesce a raggiungere il bagno a causa di disabilità, disturbi cognitivi, barriere ambientali.

Incontinenza urinaria riflessa

È dovuta a disturbi neurologici che comportano la disfunzione nel meccanismo di controllo del muscolo dello sfintere e detrusore.

Incontinenza urinaria totale

Trattasi di una perdita continua e incontrollabile di urina causata da una vescica che non ha capacità di contenimento. Tale condizione è determinata da difetti anatomici, traumi, presenza di aperture anomali tra vesciche e strutture adiacenti.

Come curare l’incontinenza urinaria

I trattamenti del problema dell’incontinenza urinaria sono diversi a seconda della causa che ne è all’origine. Assorbenti, pannolini e pannoloni nonché altri presidi come fodere idrorepellenti o lenzuola idroresistenti andrebbero considerate misure temporanee, a sostegno di altre terapie più risolutive.
Solo in alcuni casi possono essere accettate, quale unica soluzione per gestire al meglio l’incontinenza. Il trattamento prevede, come abbiamo detto, in primis esercizi atti a rafforzare il pavimento pelvico che servono a restituire tonicità ai muscoli del perineo, complici della debolezza che dà origine all’incontinenza urinaria.

La fisioterapia e la riabilitazione del pavimento pelvico si basano appunto su questi esercizi terapeutici che devono seguire un percorso riabilitativo non si basa su farmaci, né su strumenti, bensì sulla percezione e sull’allenamento.

Vescica neurologica

Vescica neurologica: cause e sintomi

La vescica è un organo cavo e ricopre due importanti funzioni: conservare l'urina fino a quando non è piena e, quando lo è, mediante uno stimolo, svuotarsi completamente e senza perdite. La vescica neurologica è una disfunzione della vescica causata da un danno neurologico che compromette le basse vie urinarie e che genera come conseguenza la difficoltà nella minzione nell’atto del riempimento, dello svuotamento o di entrambe le fasi.

Chi colpisce con maggiore frequenza

Alcune malattie come l’ictus, il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, l’ernia del disco e altre anomalie del sistema nervoso rappresentano senz’altro fattore di rischio della vescica neurologica. Questa non va confusa con l’incontinenza urinaria che, invece, ne può rappresentare una conseguenza, insieme alla ritenzione dell’urina.
Trattasi di una condizione maggiormente femminile, ma la probabilità che colpisca l’uomo con l’avanzare dell’età non è da meno, proprio perché durante l’invecchiamento tendono ad aumentare i disturbi della vescica.
Nella donna molti dei problemi di incontinenza sono dovuti a una debolezza della muscolatura del pavimento pelvico che è da supporto all’addome inferiore - quindi appunto vescica, utero, retto, intestino - tipiche di alcune condizioni come gravidanza e menopausa.

Cause e sintomi della vescica neurologica

Tra le cause che portano alla vescica neurologica rientrano le patologie a carico del SNC (ictus, lesioni spinali, SLA) o anche che colpiscono i nervi periferici (alcolismo, diabete con grave neuropatia, morbo di Parkinson, conseguenze da interventi di chirurgia pelvica, sclerosi multipla).
Tra le altre cause:

  • Lesioni della colonna vertebrale;
  • Disfunzione erettile;
  • Traumi midollari conseguenti a chirurgia pelvica (ad esempio isterectomia);
  • Malattie che colpiscono il sistema nervoso;
  • Tumori del midollo osseo;
  • Anomalie congenite della colonna vertebrale (presenti alla nascita);
  • Patologie evolutive a carico del midollo spinale.

Tra i sintomi principali che caratterizzano la vescica neurologica l’incapacità di controllare l’urina è sicuramente quello più comune.
Altri segni e sintomi possono includere:

  • Un flusso di urina debole;
  • Incontinenza da sovra-distensione;
  • Incapacità di urinare o doversi sforzare;
  • Minzione frequente (urinare otto o più volte al giorno);
  • Urgenza ovvero stimolo o necessità di urinare immediatamente;
  • Dolore durante la minzione.